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CAPITOLO XIV: SHELBY Cobra

Foto di Giorgio Saba
Testo di Tommaso Bertotti
Grazie a Paolo di ShelbyCobra427 per aver messo a disposizione l’auto

Carroll Shelby era un pilota, probabilmente uno tra i migliori negli Stati Uniti d’America degli anni ’50. Corse e vinse in lungo ed in largo al volante di vetture sport Ferrari, Maserati e Aston Martin, arrivando a conquistare nel 1959 anche la 24h di Le Mans. Durante la sua carriera sportiva, terminata nel 1960, Shelby aveva avuto modo di apprezzare la maneggevolezza e la precisione della guida delle vetture europee, superiori a qualsiasi vettura americana. Quello che non riusciva a digerire erano i motori: costosi, complicati, spesso inaffidabili, di difficile manutenzione. 
Carroll Shelby non era solo un pilota, era anche un imprenditore: quando chiuse con le gare probabilmente aveva già deciso che avrebbe offerto al mondo una soluzione a questo problema.
La Cobra non sembra una vettura americana. Non è un’impressione sbagliata: in effetti le sue origini sono inglesi. 
Per essere precisi a Thames Ditton, nel Surrey, la culla del motorismo d’oltremanica. Qui nel 1954 la AC Motors inizia a costruire e vendere una vettura spider due posti, con telaio tubolare e sospensioni indipendenti. Viene chiamata Ace, monta un sei cilindri in linea da 2 litri che eroga circa 120 cavalli, prodotto dalla Bristol sulla base di un vecchio disegno BMW. La vettura è prodotta in piccola serie ed ha un discreto successo, quando nel 1961 la Bristol interrompe la fornitura di motori ed la AC si vede costretta a cercare un’alternativa.
Shelby è tornato in America, e nella sua testa sta prendendo forma un progetto che per lui è ovvio, ma a cui pare non avere ancora pensato nessuno. Una vettura con un telaio di concezione europea, spinta da un V8 americano di grossa cilindrata: potente, affidabile, alla portata di qualunque officina. Grazie alle conoscenze coltivate nella sua carriera da pilota, Carroll viene a sapere delle difficoltà di AC, e fa la sua proposta, che viene accolta favorevolmente dagli inglesi. La Ford, interessata dalla prospettiva di poter battere le Corvette sulle piste statunitensi fornisce i tanto agognati V8, degli small-block appena presentati da 4.3 litri. Tempo di mettere assieme i pezzi, ed il primo esemplare è nelle mani Ken Myles per i test su strada. È il 1962, è la nascita della Cobra.
Ho tra le mani la replica di una Mark III, ossia l’evoluzione del 1965 che monta un Ford V8 big-block “427”: circa 7 litri di cilindrata, oltre 400cv e 650Nm di coppia. Rispetto alla prima serie, un telaio ridisegnato e sospensioni a triangoli sovrapposti (al posto delle balestre) permettono di domare in qualche modo la belva sotto al cofano. Qui per andare forte bisogna essere bravi e consapevoli di quello che si fa, l’alternativa è farsi male. Non è un’auto per divertirsi distrattamente, è nata per correre. Shelby la creò per battere i costruttori europei: doveva essere veloce, non facile. E quando giri la chiave (che si trova a sinistra, come in tutte le vetture che in qualche modo hanno Le Mans nel sangue) e le vibrazioni del v8 si fanno strada nel tuo corpo, inizi a capire per davvero la natura della Cobra. 
Capisco dopo poche curve che non potrò darle troppa confidenza. Servirebbe più tempo per conoscerla, capirne le reazioni, interpretarne i segnali. L’avantreno è molto preciso, diretto, il volante trasmette bene tutte le sensazioni dell’asfalto. Il peso è relativamente alto per il tipo di vettura, ma per gli standard odierni è comunque una piuma e complice anche il passo ridotto la Cobra è molto a suo agio nel misto stretto
E’ la cavalleria che va gestita con attenzione: le gomme posteriori tendono a slittare nonostante la larghezza importante, e perdere il retrotreno in accelerazione è un attimo, se si è troppo violenti con l’acceleratore. 
E’ una guida forse un po’ violenta, ma molto pura, senza contaminazioni di alcun genere.
Non è semplice raccontare l’odore degli scarichi roventi al fianco della macchina, praticamente senza silenziatore, o l’adrenalina che si prova anche solo sfiorando l’acceleratore, per non parlare dell’eccitazione che ti pervade quando il motore supera i 3000 giri, e che diventa quasi paura quando realizzi che la lancetta del contagiri può andare ben più su. 

Istinto, Ferocia. Coraggio. Sono le parole che forse si avvicinano di più all’esperienza che ho appena avuto. E, penso, sono anche rappresentative di quello che era il carattere di Shelby quando, quasi 60 anni fa, stava creando qualcosa di nuovo e di bello.

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