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Capitolo XVIII: ALFA ROMEO Giulietta Spider

Foto e Testo di Tommaso Bertotti

Gli anni 50 e la crescita economica. Gli anni 50 e la Dolce Vita. Gli anni 50 e l’Alfa Romeo. Carlo guida in souplesse la sua spider in questa sera di inizio estate, tra i boschi della collina di Superga. L’ Alfa Romeo rossa ha quasi 60 anni, li mostra con fierezza: sa che ben poche delle vetture odierne (nessuna?) potranno mai tenerle testa in quanto a stile e portamento. E’ una Giulietta Spider. La sua è una storia che parte da lontano.

La versione scoperta della Giulietta inizia a prendere forma a metà anni 50, sulla scia del successo commerciale della Sprint. Max Hoffman, importatore Alfa Romeo per gli USA, preme per avere una versione decappottabile. Intuendo le potenzialità del mercato statunitense, si impegna a comprarne subito qualche centinaio di esemplari. Hoffman ha fiuto per queste operazioni, e i vertici Alfa Romeo danno il via libera al progetto. E’ il 1954, non esistono panel e sondaggi per la scelta del design di una vettura, per dare forma alla Giulietta Spider si sceglie una competizione tra le carrozzerie Bertone e Pininfarina, un derby tutto torinese. Il primo propone uno stile sportivo, il secondo rimane nel solco della tradizione, si ispira alla recentissima Lancia Aurelia B24. Le linee immaginate dall’azienda di Pinin ammaliano gli americani e vengono scelte.

Alla fine del 1955 Giulietta fa il suo debutto al salone di Parigi in una veste che oggi chiameremo “concept”, e nel 1956 parte la produzione del design definitivo. Sotto il cofano anteriore trova posto Il famosissimo Bialbero 1.3, montato longitudinalmente. La trazione è posteriore. Il quattro cilindri in linea, ovviamente a carburatori, eroga 65 cavalli di potenza (90 sulla versione Veloce). Le sospensioni anteriori sono indipendenti, mentre al retrotreno si trova uno schema a ponte rigido.

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La Spider di Carlo esce dagli stabilimenti Alfa Romeo nel 1960 colorata in Celeste, prima di vestire il classico Rosso Alfa con cui si presenta oggi. E’ una seconda serie (introdotta nel 1959), un affinamento stilistico e prestazionale della versione presentata pochi anni prima: fanaleria ridisegnata per rispettare le nuove norme del Codice della Strada, interni rivisti e resi più funzionali (volante e porta-oggetti in primis), un passo allungato di 5cm che determina la comparsa dei due deflettori (prima assenti), e infine un nuovo collettore di scarico che porta la potenza della versione standard a 80 cavalli.

Andare a spasso con questa Signora, con il suo peso contenuto e lo sterzo sincero è un’esperienza di guida appagante. L’inserimento delle marce è sorprendentemente preciso e la potenza del motore permette di divertirsi, facendo però sempre attenzione ai freni: se questa vettura appare moderna in molti aspetti, non lo è per i freni, che sono a tamburo su tutte e quattro le ruote. La potenza frenante non è tantissima, e l’uso intenso determina un veloce decadimento della capacità di arresto, ben più di un impianto a dischi.

Ma siamo nel 2020, e certamente non sono le prestazioni assolute il motivo per cui quest’auto dovrebbe stare nel garage di ogni appassionato. Le linee morbide ed eleganti della carrozzeria plasmata dai maestri di Pininfarina, il suono inconfondibile del motore a carburatori progettato dall’ Ingegner Busso, il vento tra i capelli in questo lungo tramonto, l’aura spensierata della Dolce Vita. Queste sono ottime ragioni.

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